Paesaggio Campestre Il Guercino

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La Terza Maniera

«Il dì 4 Gennaro 1629 in Cento. Questo libro servirà per tenere il conto di tutti li danari che si tireranno e guadagneranno da mio fratello Gio. Francesco e da me Paolo Antonio Barbieri pittori in Cento, quali danari si noteranno per ordine, e nel fine di ciaschedun anno saranno sommati, come ancora vi riporterò la somma di quanto si sarà speso per mantenimento della famiglia, cavata dal libro, o vacchetta generale». Così il Guercino, insieme con il fratello Paolo Antonio, suo convivente, collaboratore e modesto pittore di nature morte, istituì il Libro dei conti, una contabilità dei pagamenti ricevuti per le sue tele, molto prezioso perché permette di individuare le opere del Guercino e le date della loro composizione.

Dopo aver affrescato il soffitto di una sala del palazzo Sampieri-Talon di Bologna con un Ercole e Anteo, ricevette dalla regina Maria di Francia, tramite il cardinale Bernardino Spada, la commissione della Morte di Didone, che non andò a buon fine ma il dipinto fu acquistato dallo stesso cardinale. «Vedesi l’abbandonata amante che, stesa bocconi sul rogo, si è trapassato il petto con la spada del Trojano, ed a gran pena si sostiene tenendo le mani appoggiate al rogo medesimo; accorre a così atroce spettacolo la sorella Anna, con alcune damigelle costernate e dolenti, tra cortigiani e guardie, e scopresi in lontananza il porto di Cartagine e le fuggenti vele di Enea, col popolo che s’affolla inutilmente alla spiaggia, mentre vola per aria un amorino che come fuggitivo anch’egli s’allontana; tutto è insomma con saggio avvedimento disposto, se non che per bizzarro capriccio v’ha dipinto in prima veduta un giovine vestito come alla spagnuola, che sembra un ritratto e che accenna con la mano Didone».

Lo storico evidenziava il grave difetto della mancanza di sincerità nell’opera: assistendo a una così grande tragedia, non si può mettere in posa un personaggio che si disinteressa di quanto succede; aggiunge tuttavia che il Reni avrebbe portato questa tela a esempio dei suoi allievi, mostrando loro come si debbano utilizzare i colori. Il Marangoni vi vede invece «la caricatura del Guercino di bella memoria; nessun senso compositivo, figure che non stanno in piedi e che non pesano, un agitar scomposto di mani aperte; panneggi casuali lumeggiati a caso, assenza di convinzione e sensibilità luministica, e una meticolosità gretta e puerile nel perdersi intorno ai gioielli, ai ricami, ai particolari più insignificanti che sarà una delle brutte abitudini dell’ultima maniera del pittore».

Nel 1633, quando aveva compiuto 42 anni, certi suoi amici cercarono di persuaderlo a prender moglie ma non ci fu verso: il Guercino sembra esser stato tutto inteso al lavoro e desideroso di mantenersi «per tutta la vita disciolto e in libertà». Rifiutò nuovamente il pur allettante invito ricoltogli da Luigi XIII di trasferirsi in Francia, come declinò anche un ulteriore invito a recarsi in Inghilterra.

Come aveva definitivamente scelto di restare celibe e di rimanere in Italia, cosl aveva ormai stabilito le proprie scelte pittoriche: «il centese Artefice studiava moderare in parte e secondo l’opportunità, quella fierezza di macchia tanto altrui gradita, e ciò era sua elezione e non decadimento o mancanza di vigore e di foco; avanzando con gli anni in esperienza ed in senno, ha sovente, senza cangiar stile, temperata la primiera forza del colore, e più si è accostato alla vaghezza, e con più scelta di parti la bella e semplice Natura ha saputo imitare».

Secondo il neoclassico Calvi, evidentemente, l’imitazione della natura si ottiene attraverso l’accademismo e nella «semplice natura» si ritrova l’intellettualistico «bello ideale». In realtà, Guercino rincorreva la maniera del Reni e la sua clientela: infatti, morto quest’ultimo a Bologna l’8 agosto 1642, Guercino vi si trasferì da Cento non avendo più «a temere il confronto di un così eccellente e celebrato compositore».

Guido Reni aveva lasciato incompiuta una grande tela con un San Bruno destinata ai monaci della Certosa di Bologna. Il Guercino rifiutò la richiesta di completarla, proponendo loro un’opera tutta di sua mano. Dipinse così nel 1647 La visione di san Bruno, «una delle più vigorose ed emozionanti pale d’altare del periodo tardo», nel quale il santo, nella solitudine del deserto, ha la visione della Madonna con il Bambino, mentre un suo compagno, poco lontano, medita su un libro: celebrato per «forza e vaghezza di colore», il santo «spira nel volto un vivo affetto, ed è di carnagione adusta, qual si conviene ad uno che trovasi sovente esposto all’ardore del sole, ove al contrario il Bambino e la Vergine scorgonsi di fresca e morbida carne coloriti».

Secondo la critica antiaccademica, invece, nell’opera sono «bei volti e belle membra modellati a carezze, mosse graziose e ben educate, panneggi da vetrina e, quanto al chiaroscuro, ripudiato tra i falli di gioventù ogni ricordo dell’ombreggiare strepitoso d’un tempo, quel tanto che non dia ai nervi dei placidi parrocchiani, tutte persone ammodo, abituate al miele rosato di Guido Reni». Benché ben drammaticamente rappresentato e superiore pittoricamente a ogni altra figura, lo stesso santo «ha panneggi senza ritmo sentito né stile e quel che è peggio, la sua figura non armonizza né lega colle altre parti del quadro. Abbiamo già qui il fatto, che vedremo via via aggraversi, di due quadri distinti uno sopra all’altro, forzatamente uniti dal soggetto ma che pittoricamente si ignorano e si nocciono a vicenda».

Nel 1649 morì il fratello Paolo Antonio: il duca di Modena Francesco I d’Este invitò il Guercino nel suo Palazzo di Sassuolo per un breve periodo di riposo e di svago che gli facesse superare la depressione. Nella casa-studio di Bologna andarono a vivere la sorella Lucia e il cognato pittore Ercole Gennari, che subentrò a tutti gli effetti allo scomparso Paolo Antonio, collaborando con il Guercino e occupandosi dei suoi affari. Il nostro pittore, d’altra parte, pur continuando a soddisfare le numerose richieste di lavoro, teneva anche scuola nel suo studio ed era anche uno dei quattro direttori, insieme con Francesco Albani, Alessandro Tiarini e Michele Desubleo, della Scuola di nudo fondata nel suo palazzo dal conte Ettore Ghisiglieri.

Nel novembre 1661 si riprese da un infarto: la sua attività, come mostra il Libro dei conti, ebbe un notevole rallentamento. L’«11 di dicembre 1666 fu sorpreso da nuovo e grave malore a cui non poté troversi rimedio, e giunto alli 22 dello stesso mese dovette soccombere al comun destino, ed incontrollo con rassegnata ilarità e tutto a Dio rivolto». L’atto di morte fu redatto nella chiesa bolognese di San Salvatore: «Addì, 24 dicembre 1666. Il Sig. Gio. Francesco Barbieri Pittore famosissimo, uomo religiosissimo d’anni 74, dopo aver ricevuto li santissimi Sacramenti, rese l’anima al Creatore. Fu sepolto in nostra Chiesa nella sepoltura di mezzo, essendogli state celebrate solennissime esequie».