Paesaggio Campestre Il Guercino

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Il ritorno a Cento

La sua fama è giunta in Inghilterra, dove lo si vorrebbe ospitare «con l’offerta di un’annua generosa pensione e di pagargli le opere a qual prezzo ch’egli avesse voluto», ma Guercino non è persona da «risolversi ad abbandonar la patria e la famiglia e nel migliore possibil modo levossi d’impegno» e inviò a Londra la Semiramide che riceve la notizia della rivolta di Babilonia - ora a Boston - tipico esempio di pittura da salotto, amata dai suoi committenti.

I suoi primi dipinti di questo nuovo periodo sono l’Assunta dipinta per il conte Alessandro Tanari di Bologna - ora nel Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo - la Presentazione di Gesù al Tempio di Londra, dove ai forti contrasti di colore dei dipinti della prima maniera succede ora un’illuminazione uniforme e un rigore di composizione nello stile del raffaellismo romano del Domenichino e la Crocefissione della Madonna della Ghiara di Reggio Emilia, avvicinandosi allo stile classicamente composto di Guido Reni.

Chiamato il 12 maggio del 1626 dal vescovo di Piacenza a continuare gli affreschi della cupola del Duomo rimasti interrotti per la morte del Morazzone, concluse l’opera nel 1627: nel catino della cupola, diviso in otto comparti, aggiunse ai due del Morazzone altri sei Profeti, decorando le lunette sottostanti le vele con scene del Nuovo Testamento e sotto queste, un fregio di putti: le difficoltà tecniche di dover dipingere rapidamente in affresco e in forte scorcio furono da lui superate utilizzando numerosi e meticolosi disegni, guadagnandosi la lode dello storico Lanzi - «avanzò tutte le altre e se stesso» - mentre anche il Marangoni, rilevato come «il Guercino non può dimenticarsi di Roma», ammette che «tutto sommato se la cava assai bene», anche se sostiene che rappresentano «gli ultimi lampeggiamenti di una fiamma che sta per spegnersi».

Di ritorno a Cento, vi dipinse dal 1628 per l’Oratorio del Nome di Dio quel Cristo che appare alla Madonna, ora nella Pinacoteca civica, che fu lodatissima dai crici di un tempo: l’Algarotti affermò di non aver mai veduto due figure che meglio campeggino in un quadro, né «il lume serrato e la macchia guercinesca» adattarsi qui meglio che in altri suoi dipinti, mentre il Calvi vi trova «un non so che di più accurato nel disegno, certa miglior scelta di panneggiamenti e d’arie di teste espressive e belle, molto finimento condotto con amore, oltre la solita altezza e soavità di tinte ed il sommo rilievo delle figure».

Ma altri vedono in quel finimento, panneggiamento e rilievo, proprio il limite che irrigidisce e appesantisce l’altrimenti felice scelta della costruzione piramidale delle due figure. Aperto è nel dipinto il riferimento al colorismo e al classicismo del Reni: «lo stile del drappeggio del Guercino e il comportamento delle sue figure gareggiano con le armoniose coreografie, quasi da balletto, che si trovano in pitture del Reni [ ... ] I motivi astratti dei panneggi e l’insistente geometria della composizione [ ... ] segnalano la fine del periodo di transizione del Guercino e l’inizio di un autentico e innovativo classicismo barocco».